World Party, Whip of fools
Clandestini per scelta, 16.09.2012 -
A cura di Corrado Antonini
Il novantatreesimo clandestino della settimana
Non essere di primissimo pelo presenta pochi ma certificati vantaggi. Uno di questi è sicuramente quello di conoscere il nome di Karl Wallinger. Correva l’anno 1990 quando il nostro pubblicava un disco intitolato Goodbye Jumbo sotto il cappello di World Party, il nome del gruppo di cui è tutt’ora a capo (non solo ne è a capo, ma risulta esserne anche il solo componente), un piccolo capolavoro registrato sull’arco di tre anni che presentava alcune autentiche perle, penso all’unico numero uno in classifica mai ascritto a Wallinger, Way down now, o al quasi classico Put the message in the box.
Karl Wallinger è un musicista gallese che ha da poco compiuto cinquantacinque anni. Prima di fondare i World Party fu membro dei Waterboys di Mike Scott, e oltre a essere un apprezzato polistrumentista è anche un raffinatissimo autore pop, con un talento paragonabile a quello dei suoi (quasi) coetanei Elvis Costello, Andy Partridge (XTC) o Difford & Tilbrook (Squeeze). Fra i suoi meriti (e successi al botteghino) vanta anche il brano She’s the one, registrato in primis proprio dai World Party sul disco Egyptology, ma spedito nella stratosfera del pop da un certo Robbie Williams nell’ormai lontano 1999.
Perché io cavi fuori dal cilindro un nome come quello di Karl Wallinger in questa sede è presto detto. Dopo dodici anni di silenzio – Dumbing up uscì infatti nel 2000 – il nostro ha dato alle stampe un cofanetto di ben cinque CD intitolato Arkeology per la casa discografica Seaview Records. Settanta canzoni che documentano quanto i World Party hanno registrato più o meno di nascosto in un quarto di secolo, dalla metà degli anni ’80 a oggi. Fra queste settanta canzoni ve ne sono di nuove, incise pochi mesi or sono, ma soprattutto vi sono degli inediti, brani live, gustose take di studio, interviste radiofoniche, cover – fra cui Lucille di Little Richard, Stand di Sly & the Family Stone, oltre alle inevitabili citazioni beatlesiane: su tutte Dear prudence e Fixing a hole – ma vi trovano posto anche delle demo e delle B-side sgangherate quanto basta. Insomma, dell’archeologia vera e propria.
Se non siete dei fedelissimi della prima ora ascoltare queste settanta canzoni tutte d’un fiato potrebbe anche procurarvi delle vertigini. L’eterogeneità del materiale presente e l’intervallo temporale che separa molte di queste canzoni non aiuta certo a orientarsi nella galassia World Party, ma se assunto con moderazione il cofanetto offre una panoramica che dà la misura del talento di Karl Wallinger. In questo senso non lo consiglierei al profano – opterei piuttosto per i dischi più antichi, Goodbye Jumbo piuttosto che l’esordio di Private Revolution del 1986 – ma è caldamente consigliato a chi, in un modo o nell’altro, ha subito il fascino di un pop orecchiabile ma mai scontato e vive nostalgicamente a cavallo fra gli anni ’60 e, diciamo, il Prince di Sign of the times. Karl Wallinger è un uomo che ama prendersi il suo tempo. Cinque dischi in venticinque anni di carriera (e altri cinque adesso, in un colpo solo), ma anche una canzone – Photograph – che scopriamo essere stata scritta sull’arco di diciassette anni. Tutto questo non sarà molto pop, ma a noi piace un sacco lo stesso.
La scaletta della settimana:
- Step out for a while, Patrick Watson, da Adventures in your own backyard, ed. Secret City Records (2012)
- Pinghu Qiuyue (Autumn moon on the calm lake), Guo Gan, da Scented maiden, ed. Felmay (2012)
- Amazing backgrounds, Eric Chenaux, da Guitar & voice, ed. Constellation Records (2012)
- Everybody dance now, World Party, da Arkeology, ed. Seaview (2012)
- Castle in your heart, Chicago Underground Duo, da Age of energy, ed Northern spy (2012)
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Clandestini per scelta, 16.09.2012 -
A cura di Corrado Antonini
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