Perché Fenarete
20.06.2011
di Francesca Rigotti e Margherita Coldesina
Votive stele, The Metropolitan Museum of Art, Fletcher Fund
Di norma i filosofi non parlano della loro mamma. Socrate invece sì. Lo fa in un famoso dialogo che conosciamo col titolo di Teeteto, per spiegare in che cosa consista la sua attività filosofica: aiutare i giovani a partorire le idee proprio come sua madre Fenarete, che faceva la levatrice, aiutava le giovani a partorire i figli. Levatrice lei, “levatore”, o meglio “maieuta” lui: entrambi addetti alla téchne maieutiké o arte dell’ “ostetricia”. Socrate, che sa una cosa sola, e cioè “di non sapere”, sostiene di sé che non sa procreare la verità ma soltanto aiutare gli altri a metterla alla luce, con l’esercizio dialettico della domanda e della risposta.
Che cosa succederebbe però se fosse proprio Fenarete – o una sua reincarnazione – a esercitare l’ arte dell’ostetricia spirituale, oltre che di quella fisica, magari interloquendo proprio con la sorellina di Socrate? Che vedremmo la filosofia, o meglio ne sentiremmo parlare, in maniera alquanto nuova e forse persino avvincente.
20.06.2011