Monachesimo e potere
07.02.2012
con Giorgio Agamben - di Antonio Ria
Nel momento in cui una crisi globale attraversa il mondo intero, e soprattutto l’Occidente (crisi economica, certo, ma anche crisi di sistema, e forse crisi di pensiero) emergono nuove forme di vita: forse una nuova etica della sobrietà, come antidoto ai consumi. Scrive, ad esempio, l’antropologo Marino Niola: «Avere tutto senza possedere niente. È la parola d’ordine del consumo a tempo determinato». Di grande attualità risulta allora il recente saggio di Giorgio Agamben “Altissima povertà. Regole monastiche e forme di vita”, edito da Neri Pozza. In trasmissione, il filosofo italiano afferma che può esistere una diversa concezione dell’uso dei beni e del loro possesso. E lo dimostra analizzando le regole monastiche a partire dal Medioevo, soffermandosi soprattutto sull’esperienza del francescanesimo. Ma cosa può oggi insegnare quell’esperienza, fra l’altro a quel tempo condannata dalla Chiesa? La possibilità – risponde Agamben – di un modello di vita che implica una rinuncia alla proprietà, ma non all’uso dei beni. Molto prima, dunque, che nascessero i movimenti per l’abolizione della proprietà privata, il francescanesimo aveva adottato una povertà di tipo nuovo. Le teorie della povertà sono state poi soppiantate da quelle del consumo: il valore d’uso della merce dal valore di scambio, avrebbe affermato Marx. Ma per quanto tempo ancora le nuove conquiste sapranno e potranno soddisfare i bisogni, i desideri di un Occidente sempre più in crisi? Antonio Ria ne parla con Giorgio Agamben.
07.02.2012