venerdì, 22 aprile 2011 ore 12:20 (UTC+1)

La nuova febbre dell’oro

di Gianfranco Fabi

In sintesi

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  • venerdì 22 aprile 2011
  • ore 12:20

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(foto Keystone)

Per una volta lasciatemi iniziare con una citazione classica. Quid non mortalia pectora cogis auri sacra fames: è un passo dell’Eneide di Virgilio che significa: a che cosa non spingi i gesti dei mortali o esecrabile desiderio dell’oro. Virgilio si riferiva all’uccisione di Polidoro compiuta da Polimestore per impossessarsi del Tesoro di Priamo, ma questa frase è diventata nei secoli la sintesi della volontà di arricchirsi con qualunque mezzo. E l’oro era, ed è considerato, il simbolo più evidente della ricchezza. Una dimensione valida nell’antichità e ancora più valida oggi con l’oro che ha superato nei giorni scorsi e per la prima volta nella storia i 1500 dollari per oncia, una quotazione che tradotta nelle nostre più pratiche unità di misura vuol dire un po’ meno di 43 franchi svizzeri per grammo.
Quota mille dollari era stata passato nel febbraio del 2009, in piena crisi economica, ma poi le quotazioni hanno continuato a salire anche quando la crisi è stata superata e si è avviata, almeno nei grandi paesi industrializzati, una pur timida ripresa.
Gli esperti mettono in fila una serie di cause che dovrebbero stare alla base degli attuali rialzi: l’indebolimento del dollaro, le pressioni inflazionistiche, i rischi sui debiti degli stati, i timori di prossimi rialzi dei tassi di interesse, la volatilità delle Borse valori e i timori sui tradizionali investimenti. Tutte ragioni che hanno una logica, ma che nel loro insieme potrebbero anche far pensare di essere di fronte agli ingredienti di una bolla speculativa, di una corsa unicamente dettata da ragioni che si autoalimentano.
In effetti la corsa del metallo giallo è stata negli ultimi mesi molto veloce, quasi quanto lo era stata negli anni 70 con l’oro che era passato dai 35 dollari per oncia, quando ancora era il pilastro del sistema monetario internazionale, a oltre 800 dollari toccando un massimo di 850 dollari l’oncia nel gennaio 1980. Poi fino all’inizio degli anni 2000 vi è stata per vent’anni una sostanziale stagnazione attorno a quota 400, per iniziare successivamente la corsa che ha portato l’oro ai livelli record di questi giorni.
Nessuno ovviamente può prevedere dopo potrà arrivare l’attuale tendenza all’aumento dei prezzi dell’oro. Si può solo notare che lo spazio per ulteriori anche forti aumenti c’è. Per esempio il massimo di 850 dollari nell’80 equivale in termini reali a circa 2000 dollari di oggi, un livello che quindi non è per nulla escluso che possa essere raggiunto prima o poi. E d’altra parte le incertezze finanziarie non sembrano destinate ad attenuarsi a breve come dimostra la piccola tempesta dei giorni scorsi quando le agenzie di rating hanno sollevato qualche dubbio sulla sostenibilità a lungo termine del debito americano. E per di più parte ci sono proprio alcune banche centrali, in particolare dei paesi asiatici, a aumentare le proprie riserve in oro per diversificare i rischi come quelli che si sono già verificati con la perdita di valore del dollaro. Queste ragioni se non bastano ad indicare una crescita delle quotazioni future sono tuttavia sufficienti a rendere largamente improbabile, ma non per questo impossibile, che si possa scendere a livelli notevolmente più bassi di quelli attuali.
Resta comunque una certezza: l’oro resterà il simbolo della ricchezza, di una ricchezza visibile, che si può guardare e toccare. Tutt’altra cosa rispetti ai nuovi strumenti finanziari che sono solo dei numeri affidati agli schermi virtuali dei computer.

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La nuova febbre dell’oro

22.04.2011

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