martedì, 20 marzo 2012 ore 12:20 (UTC+1)

Gli opposti estremismi contro le riforme italiane

di Gianluca Colombo

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  • martedì 20 marzo 2012
  • ore 12:20

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(foto Keystone)

Non amo intervenire sulle questioni economiche e politiche italiane; mi è capitato di farlo solo qualche volta, quando ho intravisto nell’attualità italiana situazioni esemplificative, magari estreme, di malesseri più generali. Lo schierarsi delle associazioni padronali e sindacali (più ancora che dei partiti politici) sulla proposta di riforma del mercato del lavoro e degli ammortizzatori sociali è uno di questi casi.
Confindustria e CGIL oppongono resistenze alle proposte del Governo, l’una perché giudica la riforma dei contratti a tempo determinato troppo costosa; l’altra perché considera la riforma della flessibilità in uscita - il famoso articolo 18 - una lesione del diritto dei lavoratori ad essere reintegrati nel posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa.
I sindacati “moderati” (CISL e UIL) accusano questi “opposti estremismi”, vedendovi un gioco delle parti che mira soprattutto a non assumersi la responsabilità della riforma, lasciandola per intero al Governo (che ricorderete non è espressione di uno schieramento politico, anche se è appoggiato da una specie di grande coalizione destra-centro-sinistra).
Ci fu un tempo che il più famoso segretario del Partito comunista italiano (Enrico Ber-linguer) proponeva l’alleanza tra i produttori (industriali e lavoratori) come base sociale del compromesso storico, ma soprattutto come blocco sociale contro i ceti improduttivi che corrompevano (moralmente) l’economia e la società italiane. Aggiornata ad oggi, potremmo dire che la strana alleanza si riproduce allo scopo non di sconfiggere, ma di difendere le rendite.
Le rendite sono nemiche del profitto, perché mentre il profitto nasce dall’innovazione e dall’imprenditorialità, la rendita si fonda invece sulla conservazione e la protezione di equilibri del passato. Un sistema economico dove prevalgono le rendite è un sistema dove l’innovazione è spesso bloccata da interessi corporativi e dove i giovani talenti non hanno occasioni per emergere. E’ insomma un sistema destinato a morire di vecchiaia. Per crescere un Paese ha bisogno d’innovazioni e deve quindi ridurre al minimo le rendite e rompere gli interessi corporativi, siano essi di matrice padronale o di matrice sindacale. Non si tratta solo di puntare sulle innovazioni tecnologiche (di cui mi sono occupato in altri interventi), ma anche su innovazioni organizzative ed istituzionali. Queste seconde sono fondamentali perché le prime (quelle tecnologiche) possano trovare terreno fertile per essere trasformate in imprese di successo.
L’Italia è in bilico tra un passato corporativo ed un futuro d’innovazione; purtroppo molti altri Paesi europei condividono la stessa precaria situazione; sono magari Paesi con conti pubblici meno disastrati, ma sono disastrati dal profilo delle politiche di liberalizzazione ed innovazione istituzionale. La bassa crescita della zona Euro non è solo la conseguenza della crisi finanziaria e delle politiche recessive; è anche figlia di una generazione di politici conservatori che a destra come a sinistra hanno sempre difeso equilibri esistenti senza avere il coraggio di progettare una società imprenditoriale.

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Gli opposti estremismi contro le riforme italiane

20.03.2012

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