Segreto bancario svizzero tra delatori e “banksters”
03.09.2012
di Sergio Rossi
(foto TiPress)
Gli avvenimenti finanziari di questa estate hanno assestato un paio di colpi bassi alla piazza bancaria elvetica che saranno fatali per il segreto bancario e la sua attrattiva – sia in quanto datore di lavoro sia per la gestione dei patrimoni della clientela offshore.
Da un lato, diverse banche svizzere attive sul piano transfrontaliero hanno trasmesso alle autorità statunitensi una quantità impressionante di informazioni che riguardano i loro collaboratori o ex-collaboratori. Queste persone hanno avuto a che fare – magari senza saperlo – con la clientela bancaria che ha da rendere conto al fisco degli Stati Uniti. I nomi di questi collaboratori figurano oramai, spesso a loro insaputa, sulle liste delle persone che le autorità americane intendono interrogare per la loro “caccia” agli evasori fiscali entro i territori poco o nulla cooperativi in questo ambito.
Dall’altro lato, infatti, le autorità elvetiche collaborano poco e lentamente nelle diverse procedure di assistenza amministrativa in ambito fiscale, che un numero crescente di paesi ha inoltrato alla Svizzera nel corso degli ultimi cinque anni (ossia da quando gli Stati Uniti hanno scoperto di essere l’epicentro di una crisi finanziaria sistemica che è poi diventata una crisi globale diffusasi in vari paesi occidentali). Le autorità francesi, per esempio, hanno trasmesso alla controparte elvetica un gran numero di domande di assistenza che però restano inevase a Berna fintanto che tutti i clienti delle banche coinvolte non sono stati avvisati della procedura avviata in Francia nei loro confronti.
In buona sostanza, se le autorità della Confederazione cercano di salvare in maniera patetica ciò che resta del segreto bancario per la clientela transfrontaliera, sfruttando, in modo vile e pretestuoso, il principio della protezione della sfera privata, le banche che in Svizzera hanno aiutato o, perlomeno, passivamente accettato la sottrazione di imposte da parte di questa clientela stanno esponendo i loro collaboratori a dei rischi giuridici enormi verso le autorità estere, nel tentativo altrettanto patetico e riprovevole sul piano etico di mettersi al riparo dagli attacchi portati contro gli istituti bancari per i quali queste persone hanno lavorato e a cui questi istituti dovrebbero garantire a ogni costo la protezione dei dati personali nell’esercizio delle loro funzioni professionali, in osservanza del primo comma dell’articolo 328 del Codice svizzero delle obbligazioni.
Più che le pressioni internazionali, sono dunque le banche e le autorità elvetiche che danneggiano gravemente la piazza finanziaria svizzera, in quanto ne fanno un datore di lavoro sleale nei confronti dei propri collaboratori e una cassaforte inaffidabile per i capitali non dichiarati alle autorità fiscali straniere.
03.09.2012