Banche svizzere intempestive
05.09.2012
di Silvano Toppi
(foto Keystone)
Alla vigilia dell’assemblea dei banchieri svizzeri, un sondaggio della Televisione romanda ci dice che negli ultimi tre anni il 52.4 per cento degli svizzeri ha peggiorato il suo giudizio sulle banche svizzere, il 70 per cento ritiene che esse abbiano dato all’estero un’immagine negativa del paese ma – tipico complesso elvetico da ridotto nazionale- che le banche sono anche vittime di una guerra economica imbastita altrove. I sondaggi valgono quel che valgono ma qualche realtà la svelano. Ad esempio: che le banche devono ancora riconquistare fiducia; che all’estero non godono di molta simpatia, anche se servono; che se altri paesi possono far loro la festa per motivi fiscali, la fanno volentieri, persino con accanimento.
Queste annotazioni servono per due motivi, d’attualità. L’uno è di attualità pressoché costante. Non c’è multa, accadimento riprovevole o legalmente perseguibile su piano internazionale in cui non finisca una banca svizzera. Capita anche in questi giorni. Non è sempre prova di colpevolezza ma non giova all’immagine.
L’altro è legato all’attualità delle «conventions» americane, alla designazione dei candidati alla presidenza, alla campagna elettorale. Risulta che i dirigenti delle due grandi banche svizzere, Ubs e Credito, sostengono finanziariamente campagna e candidati. Cifre alla mano, privilegiano decisamente il candidato repubblicano. Infatti, sinora Mitt Romney ha ricevuto dalla due banche un po’ più di mezzo milione di dollari, Barack Obama solo 76 mila. Sono informazioni dovute all’organo di sorveglianza sulla campagna elettorale americana, cioè il Center for responsive politics (o Centro per una politica responsabile, un organo di sorveglianza che manca e che comunque non si vuole in Svizzera). Si dirà che sono cifre tutto sommato esigue rispetto alla ronda dei miliardi che accompagna l’elezione di un presidente negli Stati Uniti o che Obama, coerentemente, poteva rifiutare. E’ vero, ma ciò che conta è la scelta che si fa. Con due considerazioni. La prima è che almeno una di quelle banche è stata salvata dalle istituzioni e quindi dal popolo svizzero e proprio a causa, essenzialmente, dei suoi comportamenti balordi e illegali negli Stati Uniti: puntare su un candidato vuol quindi dire aspettarsi più comprensione come banca svizzera, tornando al passato o ricominciando da capo? Più che un’illazione è quasi una dimostrazione. La seconda è che puntando scopertamente su Mitt Romney si sceglie anche- osiamo dire- un «modello di economia e di società». Proprio quello che ci ha regalato i noti disastri. E’ dunque lecito chiedersi se quella di Romney sia una scelta che migliora l’immagine delle banche svizzere (anche se per i banchieri contano solo gli affari) oppure che penserà Barak Obama delle banche svizzere se dovesse essere rieletto. È ancora un esempio di intempestività delle banche svizzere.
05.09.2012