mercoledì, 12 settembre 2012 ore 12:20 (UTC+1)

La caccia alla Volpe: soluzione “all’italiana”?

No, soluzione “alla ticinese”… - di Amalia Mirante

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  • mercoledì 12 settembre 2012
  • ore 12:20

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(foto TiPress)

Mentre parte del mondo stava con gli occhi puntati sullo schermo a guardare lo spread dei titoli europei scendere e salire grazie alle recenti decisioni della Banca Centrale, l’altra parte del mondo attendeva con impazienza l’uscita del nuovo I-phone 5 (prevista per questa sera), che non solo travalicherà i confini della tecnologia, ma addirittura salverà il prodotto interno lordo americano facendolo aumentare di mezzo punto percentuale… Orbene, mentre ciò accadeva anche nel Canton Ticino veniva presa una decisione storica; storica perché richiesta da quasi 20 anni e non di certo perché sia una decisione memorabile. La direttrice del Dipartimento delle finanze e dell’economia comunicava che dal 1 ottobre 2012 i negozi presenti nei centri commerciali del mendrisiotto dovranno rispettare la legge federale sul lavoro. Detto in altri termini dal 1 ottobre i negozi saranno chiusi la domenica, senza alcuna eccezione. E mentre i nostri cugini d’oltralpe avranno strabuzzato gli occhi chiedendosi se nel Canton Ticino ci impieghiamo 12 anni ad applicare una legge federale, le reazioni dei ticinesi hanno mostrato la nostra sostanziale differenza per rapporto al resto della Svizzera.

Dal punto di vista della tradizione e della struttura economica il nostro cantone si differenzia molto da buona parte della Svizzera. Per esempio, la dimensione delle imprese è limitata per rapporto alla media della confederazione e questo ha impedito lo sfruttamento di economie di scala, come pure ha limitato il trasferimento e lo sviluppo di innovazioni. Altra differenza sta nella struttura produttiva: anche se oggi la nostra economia può vantare un settore bancario e finanziario di prim’ordine, non possiamo dimenticare che buona parte della nostra ricchezza è generata da settori tradizionalmente minacciati dalla concorrenza internazionale, come l’edilizia, la metallurgia o il commercio. D’altra parte la vicinanza con l’Italia e la conseguente possibilità di attingere a manodopera frontaliera a basso costo ha favorito nel nostro Cantone lo sviluppo di produzioni ad alta intensità di lavoro, a bassa intensità di capitale e quindi a basso contenuto tecnologico. Questo fa sì che ancora oggi gli insediamenti alle nostre latitudini siano spesso costituiti da aziende i cui centri decisionali risiedono fuori Cantone, fatto questo che sottintende che le attività ad alto valore aggiunto di ricerca e sviluppo, con tutti i benefici che ne discendono, siano altrove.

E allora, come garantire la propria “sopravvivenza” se non ingegnandosi con soluzioni, che magari non rispettino appieno la legalità, ma condivise e di buon senso? Certo, fintantoché le parti in causa rimangono in numero limitato è possibile, ma quando il numero dei consensi necessari cresce, i nodi vengono al pettine, svelandone tutte le conseguenze: riduzione degli utili, possibili licenziamenti, perdita di gettito, delocalizzazioni,... Ma è proprio in questo momento che la società, la politica e l’economia dovrebbero trovare soluzioni nuove, senza cercare colpevoli, senza denigrare presunti nemici, senza rimanere ancorati a rendite di posizione.

Come finirà questa vicenda? Beh, probabilmente con una nuova soluzione “all’italiana”, ops, forse sarebbe ora di dire con una nuova soluzione “alla ticinese”….

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La caccia alla Volpe: soluzione “all’italiana”?

12.09.2012

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