Apple atto terzo: ma è virtuosa o no?
04.10.2012
di Pietro Veglio
Operai al lavoro alla Foxconn di Tai Yuan
(foto Keystone)
Nove giorni fa Ronny Bianchi con il suo contributo a Plusvalore “Una mela indigesta” denunciava le draconiane condizioni di lavoro imposte dalla multinazionale cinese Foxconn Technology Group che, nel gigantesco stabilimento di Tai Yuan, assembla i magici prodotti della Apple e di altre aziende mondiali del settore. L’altro ieri Gianluca Colombo con il contributo “Apple atto secondo: la sfida dell’innovazione”, partendo dalla strategia produttiva della Apple, rifletteva invece sul destino delle imprese che basano il proprio futuro sull’innovazione continua. Contributi stimolanti che obbligano noi consumatori a porci alcune domande di fondo invece che a osannare le virtù di certi prodotti sotto il pretesto che sono tecnologicamente più innovativi e migliori di quelli della concorrenza. Addirittura perchè sarebbero stati prodotti rispettando i principi della responsabilità sociale.
Ha ragione Bianchi quando insiste che il successo della Apple, l’azienda più innovativa e redditizia del mondo, è basato su fornitori, soprattutto cinesi, che assicurano qualità, efficienza e costi bassi imponendo durissime condizioni di lavoro agli operai. Un’inchiesta del New York Times dell’inizio 2012 fornisce prove chiare in merito. In quanto alla redditività, lo stesso giornale sostiene che l’impresa di Cupertino è maestra nell’arte di aprire succursali non lontano dalla sede aziendale, per esempio nel Nevada, dove le tasse sono nettamente più basse che in California. Ma Apple è ancora pù innovativa nell’aprire succursali all’estero, in Irlanda, Paesi Bassi, Lussemburgo e le Isole Vergini Britanniche, sottraendo cosi somme ragguardevoli al fisco americano. Il tutto per “ottimizzare” il pagamento delle tasse aziendali, approfittando di sistemi fiscali estremamente generosi nel tassare le royalties che Apple percepisce sui diritti di proprietà intellettuale legati alla vendida di patenti sui prodotti software, ormai la principale fonte di guadagno.
Guardando al futuro è essenziale chiedersi se alla lunga i consumatori di prodotti Apple siano veramente in grado di esercitare pressioni efficaci affinché l’impresa migliori le condizioni dei lavoratori impiegati presso i fornitori esteri.
La realtà e le prospettive appaiono più contradditorie di quanto i consumatori occidentali vogliano credere:
1. La priorità principale dei lavoratori della Foxconn è il mantenimento del proprio posto di lavoro. La lotta per aumenti salariali – che recentemente in Cina sono state concessi – e di migliori condizioni di lavoro e di vita è subordinata alla priorità principale. La pressione internazionale può migliorare i salari ma paradossalmente potrebbe spingere l’impresa a fare a meno di buona parte degli operai.
2. Il costo della manodopera incide solo nella misura dell’8% sul costo di produzione dei prodotti Apple. La parte del leone la fanno i componenti, assai costosi, e l’assemblaggio degli stessi. La ragione chiave della scelta di Foxconn per l’assemblaggio degli Iphone e Ipad e di parecchie marche concorrenti non sono i bassi costi salariali bensi la straordinaria organizzazione del lavoro e produttività di questa impresa cosi come la sua estrema flessibilità: 230,000 fra tecnici ed operai, molti dei quali lavorano 6 giorni per settimana, fino a 12 ore giornaliere. Il tutto per produrre decine di milioni di Iphone, Ipad ed altri prodotti Apple e di altre ditte.
3. Da ultimo non bisogna dimenticare che l’automazione ed i robots offrono prospettive insospettate per rimpiazzare la manodopera locale. Del resto Foxconn si stà già preparando.
Come dire che l’impatto positivo che i consumatori posono avere sulla responsabilità sociale delle multinazionali attive in questo settore è ancora tutto da dimostrare.
04.10.2012