Federalismo all’italiana
05.10.2012
di Gianfranco Fabi
Il Parlamento italiano
(foto Wikipedia)
La crisi economica richiederebbe la più forte efficienza dello Stato e delle amministrazioni pubbliche per creare uno scenario favorevole agli investimenti delle imprese e alla creazione di posti di lavoro. Ma l’immagine che viene dall’Italia in queste settimane è disarmante sotto il profilo politico e deludente se si guardano le prospettive dell’economia. Quasi la dimostrazione di una delle famose leggi di Murphy: non c’è cosa complessa che non si possa complicare ancora di più.
Uno dei problemi di fondo è, per esempio, quello di una spesa pubblica che continua ad essere insieme elevata ed inefficiente. Soprattutto perché si è andata costruendo negli ultimi anni, sotto la spinta di un federalismo illusorio e pasticciato, una struttura in cui si sono moltiplicati i centri di spesa senza che ci fosse una chiara ed esplicita assunzione di responsabilità. Nel 2000 l’allora maggioranza di centro-sinistra, per cercare di conquistare i consensi della Lega, approvò una vasta riforma, passata alla storia come riforma del Titolo V della Costituzione, in cui in pratica si dava pari dignità nei confronti dello Stato non solo alla Regioni, ma anche alle province e ai comuni, mantenendo tuttavia quasi totalmente al centro le scelte in materia di entrate e quindi di politica fiscale.
Questo ha voluto dire concedere una sempre più vasta autonomia, ma senza che gli enti locali ne dovessero rispondere direttamente, se non in piccola parte. E così si sono gonfiate le spese per la politica, i consiglieri regionali hanno agganciato i loro compensi a quelli dei parlamentari, le Regioni hanno costruito sedi faraoniche e hanno aperto rappresentanze all’estero, significativi finanziamenti locali ai partiti si sono aggiunti a quelli nazionali. Lo scandalo della Regione Lazio, che ha portato alle dimissioni della giunta e all’arresto del capogruppo del partito di maggioranza, è la dimostrazione più evidente di un sistema non solo privo di controlli, ma soprattutto privo di quella tensione verso l’interesse collettivo che dovrebbe invece guidare ogni attività politica.
Certo, scandali e interessi privati nella politica vi sono stati e vi saranno in tutti i paesi del mondo, come insegna il caso del Comune di Bissone. Ma probabilmente in nessun paese si registrano con l’intensità e la sfrontatezza che sembrano contrassegnare l’Italia in questo momento.
Fare ordine a questo punto appare tutt’altro che facile. Si era parlato, soprattutto nell’ultima campagna elettorale, di abolizione delle province passando le attuali competenze, peraltro scarse, ai Comuni e alla Regioni. Il Governo ha varato una riforma a metà, proponendo l’abolizione delle province più piccole, provocando una serie infinita di contenziosi e creando più problemi di quanti se ne volevano risolvere e soprattutto con risparmi finanziari del tutto marginali.
L’Italia è l’unico Paese al mondo dove lo Stato non può destinare finanziamenti agli enti locali con un vincolo di scopo dettato da un interesse generale. Solo un esempio, nel 2003 è stata dichiarata incostituzionale una legge che creava un fondo nazionale per gli asili nido, perché era ed è un tema di competenza delle Regioni. E così l’Italia si ritrova ancora agli ultimi posti in questo settore particolarmente importante per le politiche sulla famiglia.
A questo punto ci vorrebbe quella che i tecnici chiamano una più moderna architettura dello Stato, con nuove strutture, nuove competenze e soprattutto nuove responsabilità. Ma il nodo di fondo è che dovrebbe essere la politica a riformare se stessa…. quasi come chiedere a una volpe di fare la guardia a un pollaio.
05.10.2012