Cose turche, da non poterne più!

di Marcello Sorce Keller

La marcia "alla turca" costituisce un tratto distintivo, quasi un vezzo, un luogo comune, addirittura una mania, dello stile viennese nel periodo classico che rimase in uso a Ottocento avanzato. Dove avrà avuto le sue origini? A me pare quantomeno improbabile che, durante l’assedio da parte dei turchi nel 1683, quando i viennesi se la videro proprio brutta, in quei frangenti, trovassero il tempo e il piacere di ascoltare la musica dei giannizzeri del sultano. Più probabilmente ebbero occasione di ascoltarla in tempi di pace. Sappiamo, per esempio, che gli ambasciatori dell'impero Ottomano erano sempre accompagnati dalla loro banda musicale. E nel 1665 il Pascià Kara Mehmet visitò l'imperatore Leopoldo a Vienna, accompagnato da ben 60 musicisti. In quell’occasione la loro musica risuonò per le strade della città per oltre nove mesi – tanto durò quella visita. È probabile che siano state quelle le radici del fenomeno che esplose qualche tempo dopo, quando ormai l'impero Ottomano non costituiva più una minaccia militare. A quel punto Vienna si abbandonò alla moda delle cose turche. Possiamo considerarla una forma di orientalismo, uno dei registri dell’esotismo che maggiormente furono coltivati in Europa. E quando si dice “marcia turca” tutti noi istantaneamente pensiamo alla più famosa, quella in forma di rondò che conclude la sonata in la maggiore di Mozart. È un brano celebre il quale, per giunta, è stato trascritto e arrangiato in ogni modo possibile e immaginabile. Ma non dimentichiamoci che lo stesso Mozart di cose turche ne scrisse numerose altre e non fu il solo. Passiamo in rassegna qualche esempio e iniziamo con l’ouverture dal “Ratto del Serraglio”, di Mozart, eseguita dal Collegium Aureum diretto da Franzjosef Maier.

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